Anno 1 - N. 3 / 2002


UNA STORIA DURATA QUATTRO SECOLI E CHE …CONTINUA

PROFILO STORICO DEL DUOMO DI MILANO

La facciata che non si vede

di Ernesto Brivio




Sul luogo dove fu aperto (1386) il cantiere dell’attuale Duomo, da quasi undici secoli esisteva il centro religioso cristiano di Milano, costituito dalla basilica di Santa Tecla (III-IV decennio del IV sec.), dal battistero di San Giovanni alle Fonti, costruito da sant’Ambrogio dal 378, nel quale il Patrono di Milano battezzò sant’Agostino (387) e dalla basilica di Santa Maria Maggiore, consacrata nell’836, forse in sostituzione della venerata basilica Vetus (fine III sec.?), nel cui fonte, tuttora visibile, venne sicuramente battezzato sant’Ambrogio. Dal IX e fino al XV sec., Milano ebbe un’unica cattedrale officiata in due sedi: Santa Tecla, basilica estiva, e Santa Maria Maggiore, basilica invernale. Il Duomo è la continuità spaziale e spirituale della comunità cristiana , è presenza di fede e testimonianza di storia, è monumento d’arte e prodotto dell’imprenditorialità di un popolo.
Iniziato dalla sacrestia settentrionale e dall’abside su un progetto gotico-lombardo da realizzarsi nel tradizionale cotto, sul finire del 1387 il Duomo conobbe una mutazione stilistica che gli impresse un carattere unico nel panorama dell’architettura gotica. Per una scelta politica del duca Gian GaleazzoVisconti, la Veneranda Fabbrica del Duomo rimodellò il progetto iniziale sull’esempio delle cattedrali del Centro-Europa, rispettando, però, le sue caratteristiche dimensionali. Questo maturo gotico, malgrado alcuni interventi di esperti borgognoni, renani e boemi, venne però interpretato “alla lombarda” dal folto gruppo di architetti nostrani e campionesi che costituivano l’ossatura principale e stabile del cantiere. Una scelta che potè essere realizzata per la liberalità del duca che, in sostituzione del cotto, mise a disposizione il roseo marmo di Candoglia, ma anche grazie ai Navigli per il trasporto del materiale a Milano.
Per erigere un tempio così grande secondo i principi di un gotico estraneo alla cultura lombarda e con l’esclusivo e inusuale impiego di una pietra, il marmo, occorreva una tale quantità di esperte maestranze che il territorio milanese non poteva offrire. Così, la Fabbrica, nei primi quarant’anni di attività, dovette importare dall’Europa continentale, dai Pirenei ai Carpazi, alcune migliaia di lapicidi e scultori, di capimastri e carpentieri. Milano, visse allora la sua più esaltante stagione europea, fu il crocevia della cultura del nostro continente, della quale il cantiere milanese divenne il più attivo crogiuolo.
Il Duomo assunse lo slancio verticale, la trascendente spazialità, il linguaggio strutturale e scultoreo delle cattedrali d’Oltralpe. Ma i suoi architetti ne esasperarono alcuni caratteri: non una o due alte torri in facciata, ma 135 guglie; non solamente statue avvolgenti i portali di facciata e di capocroce ma disseminate all’interno, all’esterno e innalzate nel cielo: quasi 3400, più alcune centinaia di altorilievi.
Attorno al secondo decennio del Quattrocento, il Duomo era giunto dall’abside alla terza campata delle navate verso l’ignota facciata; esisteva, al centro, il grande vuoto della cupola del tiburio, edificata solamente tra il 1490 e il 1500 su progetto dell’Amadeo e del Dolcebuono, dopo che erano stati inutilmente interpellati Leonardo, Bramante, Francesco di Giorgio e altri.
I capitelli dei piloni delle navate maggiori sono una particolarità del Duomo; estranei all’architettura ogiva, essi appaiono come giganteschi reliquiari gotici preziosamente eseguiti in marmo (alti m 6) per l’esposizione ai fedeli, perché ne imitino il cammino verso Cristo, di centinaia di statue di santi, martiri e vergini.
Il corpus delle vetrate istoriate (1700 mq) iniziò a realizzarsi nel 1407 e, lungo il Quattrocento, ebbe un grande sviluppo; purtroppo, varie vicende ne ridussero a meno di un terzo la consistenza. Opere di artisti e pittori lombardi furono anche le vetrate cinquecentesche, eseguite, però, da maestri renani e fiamminghi; cospicui per fattura ed estensione i vetri risalenti ai secc. XIX e XX.
Con l’episcopato di san Carlo Borromeo (1565-1584) e la sua azione innovatrice secondo le norme emanate dal Concilio di Trento per affrontare la Riforma luterana, il Duomo divenne la chiesa-pilota della Riforma cattolica. Si rinnovò completamente l’impianto liturgico-pastorale, su progettazione unitaria di Pellegrino Pellegrini, al quale risalgono il battistero, gli altari laterali, il pavimento e, soprattutto, il grandioso presbiterio, ove ogni espressione artistica e ogni nobile materiale vennero impiegati con straordinaria ricchezza di contenuti. Impostato sulla centralità dell’Eucaristia, dal tabernacolo e dal ciborio dominante l’intero spazio del tempio, il presbiterio sottolinea l’importanza della Parola rivelata con la presenza dei pulpiti, della preghiera corale con il vasto coro ligneo, della musica e del canto liturgico con i due grandiosi organi.
All’inizio del Seicento, dopo aver finalmente rimosso l’ostacolo di un’ala dell’ Arengo Ducale (l’attuale Palazzo Reale) e concluse le navate, si iniziò ad edificarsi la facciata, ultimata nel XIX sec. Nel 1774, conclusa la guglia maggiore, vi venne eretta la statua dorata della Madonnina, la Vergine Assunta che suggella la dedicazione mariana del Duomo.


LA FACCIATA CHE NON SI VEDE
Una storia durata quattro secoli
e che…continua

Non è pensabile che il progetto iniziale del Duomo, avviato dall’arcivescovo Antonio da Saluzzo, non abbia avuto un pur minima attenzione alla facciata. Poiché la planimetria e quanto ci è pervenuto in alzato della sacrestia settentrionale e del muro dell’abside attestano la scelta originale del gotico lombardo in cotto, è lecito pensare che anche la facciata ne avrebbe rispecchiato il carattere: semplicità, profilo a capanna, snelle finestre e portali a lunetta o ad ogiva, grande rosone, qualche pinnacolo a coronamento.
Ma due concrete situazioni portarono la Veneranda Fabbrica a rinviare lo studio della facciata: l’ala dell’Arengo Ducale che occupava l’area del Duomo sulla quale dovevano concludersi le navate ed erigersi la fronte; l’imprevisto impegno degli architetti e dei tecnici della Fabbrica a dover rielaborare sostanzialmente l’originario progetto secondo gli stilemi e la spazialità del maturo gotico renano-boemo e ripensarlo strutturalmente con un materiale, il marmo, estraneo alla tradizione costruttiva lombarda e impiantare un cantiere dalle altezze vertiginose e dotato di insolite tecnologie.
Se non era il tempo per pensare concretamente alla facciata, vi era invece una sua parziale soluzione alternativa: la facciata di Santa Maria Maggiore, la basilica via via distrutta dall’avanzare del nuovo Duomo, poteva prestarsi come fronte provvisoria della nuova cattedrale. E così fu: essa venne rimontata un paio di volte nella muratura di tamponamento che, ad ogni avanzamento, chiudeva la ben più ampia sezione delle cinque navate del Duomo.
Si propone qui una sintesi della storia della facciata, mettendo in evidenza i progetti dei quali nell’attuale architettura sono presenti concrete realizzazioni.
Fin dal 1472 venne eretta una colonna di porfido rosso sull’allineamento stabilito per la facciata in corrispondenza dell’asse del Duomo: segnava la méta stabilita dalla Fabbrica. La prima traccia di attenzione alla facciata è un progetto di Vincenzo Seregni (1537), pervenutoci solo in pianta e caratterizzato da due poderose torri campanarie, dal quale si desume che il principio di “conformità al gotico” governava ancora le scelte della Fabbrica, come è anche dimostrato dal progetto dello stesso Seregni (1534 ?) per la monumentale “porta verso Compedo”, la stessa che, già quasi ultimata, venne chiusa per volere dell’arcivescovo san Carlo Borromeo e poi destinata (….) ad essere traslata al centro della facciata, operazione destinata a fallire.
Con il 1590 la facciata divenne il problema e l’impegno più oneroso della Fabbrica. Ebbe inizio la stagione dei progetti “alla romana”, che, per la mancanza di conformità con il gotico, per il numero e l’altezza delle colonne, per altri elementi architettonici, suscitarono vivaci dibattiti tra gli architetti e nell’opinione pubblica milanese. Martino Bassi, Tolomeo Rinaldi e Pellegrino Pellegrini (1591-92) ne furono i più accreditati esecutori. Toccò al card. Federigo Borromeo, nel 1609, chiudere la polemica decretando di attenersi, per l’ordine inferiore (alto circa 30 m), al modello del Pellegrini e ordinando l’inizio dei lavori. Su questo progetto intervennero Fabio Mangone, per armonizzare il primo ordine pellegrinesco ai prospetti laterali, e Francesco Maria Richino (1635), per risolvere con maggior monumentalità l’ordine superiore. Vennero ordinate (1617) a Baveno le dieci colonne monolitiche in granito rosa per la facciata Pellegrini-Richino, ma durante l’imbarco della prima (10 luglio 1628) avvenne un incidente che fece inabissare barcone e colonna sul fondo del Lago Maggiore e con essi anche quel progetto. Si salvarono i portali e le finestre già avviati; nei loro timpani furono collocati vigorosi altorilievi, risalenti alla prima metà del sec. XVII; tra questi spiccano quelli dei portali, su modelli pittorici di Gian Battista Crespi detto il Cerano, e interpretati plasticamente da scultori quali Gian Giacomo Bono, Gaspare Vismara, Giovan Pietro Lasagna e Giovanni Andrea Biffi.

Abbandonati definitivamente i progetti “alla romana”, venne riaffermato il principio di “conformità al gotico”. Il disegno approvato di Carlo Buzzi (1647) riportava in facciata lo schema costruttivo e decorativo dei prospetti laterali del Duomo: alle semicolonne e alle colonne, uniche o binate, si sostituivano i contrafforti con le eleganti guglie; abolita la monumentale trabeazione, la facciata si concludeva “a capanna”, secondo il profilo tipico delle chiese medievali lombarde che nel progetto intrecciava con il cielo la trina marmorea della falconatura; veniva infine ricollocato il corredo di nervature, mensole, statue, baldacchini e ornati già presente nel Duomo. Secondo la tradizione milanese della Fabbrica, rispettosa delle testimonianze della storia e dell’oculata valorizzazione del lavoro già portato a termine, si conservarono i portali e le finestre tardo-cinquecentesche del progetto Pellegrini-Richino, l’alta zoccolatura e i contrafforti previsti dal Buzzi; a queste fasi risalgono i telamoni della parte centrale e buona parte della doppia serie di altorilievi della zoccolatura, dovuti ai migliori scultori del Seicento lombardo, già citati più sopra.
Anche il progetto Buzzi non ebbe miglior sorte dei precedenti: difficoltà interne alla Fabbrica e mutato clima culturale misero in dubbio la scelta di attuare, in pieno clima barocco, una facciata che potremmo definire “protoneogotica”. Cedimenti verso un imbarocchito gotico veneziano erano già apparsi (….) nel progetto di Francesco Castelli, meglio conosciuto come il Borromini; tentativi di mediazione appaiono più consistenti nelle cinque proposte di un anonimo padre Gesuita e in quella di Antonio Maria Vertemate Cotognola (….).
Queste incertezze e le casse vuote costrinsero la Fabbrica nel 1679 a sospendere i lavori. La facciata di Santa Maria Maggiore aveva fino ad allora assolto alla sua funzione, ma per saldare l’incompleta facciata alle navate interne venne finalmente demolita nel 1683.
Nel XVIII secolo continuò la produzione di progetti per la facciata; tra gli autori più famosi Francesco Quadrio, Filippo Juvara, Luigi Vanvitelli, Francesco Croce, Francesco Soave e Leopoldo Pollack, il cui progetto fu respinto da Napoleone I che, nel maggio 1805, impose alla Veneranda Fabbrica di stenderne un altro che richiedesse “minor tempo e minor costo”. L’incarico venne affidato a Giuseppe Zanoja e Carlo Amati che, rifacendosi al progetto di Soave (1791) – equilibrata ed elegante semplificazione di quello di Buzzi – redassero il disegno dell’attuale facciata, conservando la stratificazione delle parziali fasi costruttive dei precedenti progetti andati in esecuzione.
Il completamento della facciata, sculture comprese, avvenne tra il 1807 e il 1814, con l’impegno dell’Imperatore di rimborsare il costo sostenuto dalla Fabbrica ad opera compiuta. Ma Napoleone era già all’Elba; la Fabbrica, costretta da un decreto imperiale a vendere ogni suo bene, non ebbe alcun risarcimento e si trovò spogliata di ogni proprietà. Il Duomo ebbe finalmente la sua facciata, ma l’opinione pubblica e la Fabbrica stessa non erano convinti della sua validità. Sorretta dal concetto romantico del restauro e della restituzione stilistica degli edifici e confortata dal cospicuo lascito di Aristide De Togni, la Fabbrica indisse nel 1886 e, in secondo grado nel 1888, un Concorso internazionale per una nuova facciata del Duomo che fosse coerente con le parti più prestigiose ed originali del tempio. Selezionati su 120 concorrenti provenienti da tutta Europa, parteciparono alla gara di secondo grado 15 progetti: vinse quello del milanese Giuseppe Brentano, ma la morte del ventisettenne progettista (1889) rallentò il processo innovativo. Le incertezze progettuali, la difficile stesura e campionatura degli esecutivi, l’assottigliarsi del lascito De Togni e, soprattutto, il mutato orientamento culturale, non più incline alla visione romantica dell’architettura, portarono la Veneranda Fabbrica (1904) a rinunciare all’opera.
Grande codice di storia cittadina, la facciata attuale conserva anche una pagina – ed è fulgida – di quella facciata Brentano che mai ebbe: i bronzei battenti della porta centrale modellati da Ludovico Pogliaghi e dedicati alle Gioie e ai dolori della Vergine. Commissionata nel 1894 per la facciata Brentano, il cui portale era più stretto e basso di quello cinquecentesco del Duomo, l’opera di Pogliaghi piacque talmente alla Fabbrica che essa decise di fonderla e di metterla “comunque” in opera. Così avvenne nel 1906 e quel “comunque” comportò l’arretramento dei battenti, la posa di un nuovo controstipite a bassorilievi e la modellazione e la fusione di un sopralluce fisso, con l’Incoronazione della Vergine, collocato nel 1908.
La sollecitudine impressa da Napoleone non consentì né una più oculata scelta dei marmi né un’esecuzione più attenta della falconatura che, divenuta pericolosa per la pubblica incolumità, il Comune ingiunse alla Fabbrica (1904) di demolire e di provvedere a ripristinare. Operazione conclusa dopo la fine dell’ultima guerra.
L’usura del tempo e l’aggressione sempre più tenace dell’inquinamento atmosferico sono causa del degrado del marmo di Candoglia, specialmente nelle delicate sculture e negli ornati della facciata, che i milanesi per alcuni anni vedranno nascosta da un gigantesco ponteggio. É iniziato il restauro conservativo dell’imponente architettura che la Veneranda Fabbrica conduce direttamente con le proprie maestranze e con il supporto delle più avanzate tecnologie.


Immagini a commento:
Governo della Ven. Fabrica del Dvomo di Milano
Visione dell’abside con finestrone centrale dedicato all’Incarnazione (1386 – 1394)
Trionfo della Creazione, vetrata della prima metà del quattrocento
Vista attuale interna del Duomo dall’alto dell’abside
Progetto di facciata con due campanili di Pellegrino Pellegrini detto il Tebaidi (1590 – 1591)
Progetto vincitore del Concorso Internazionale di Giuseppe Brentano (1888)
Progetto facciata di Carlo Buzzi (1653)
Facciata attuale completata su progetto Zanoja – Amati (1807 – 1814)