Anno 9 - N. 25/ 2010


STREGHE

Ma veramente le streghe sono streghe, stando all’immaginario collettivo, ora malevolo ed ora benevolo? C’è chi dice che l’immaginario collettivo, inoltre, é sempre superficiale. L’interrogativo alla risposta complessa [...]

di Pierfranco Vitale



La strega (1500 - 1501 ca. l’unica stampa di Dürer con il monogramma rovesciato)

Albrecht Dürer (Norimberga, 1471 – Norimberga, 1528)

Berlino, Kupferstichkabinett, Staatliche Museen

Non è una opinione semplicistica e cervellotica il fatto, se pur sfumato ai confini della leggenda o della favola, che le streghe abbiano superato e battuto il mito di Icaro e di Fetonte nello spazio del volo umano, anticipando, al femminile, il sogno dell’uomo librato nell’etere.
D’altronde, strega deriva dal greco st??? quindi latino “strix” traduzione ‘animale volante’ e l’etimologia dà ragione alla peculiarità del soggetto in questione e se il paragone può sembrare azzardato, in quanto i moderni aeromobili distinguendosi in “caccia monoposto”, “caccia bombardieri”, “bombardieri”, “aerosiluranti”, con i dichiarati scopi di offendere il nemico nelle insensate guerre degli umani, anche le nostre streghe non sono da meno nell’immaginario collettivo coi loro voli finalizzati all’offesa per cui “processi, sentenze, torture, roghi e quant’altro” non sono dissimili alle reciproche atrocità dei conflitti parti integranti della Storia.
Dal sogno romantico del volo similare al multicolore alitare delle libellule o al dolcissimo proliferare delle ronzanti api o alla cantilenante danza delle farfalle alla realtà dello strumento di distruzione, ci soccorre la tentazione di edulcorare la visione delle streghe, soffermandoci sulla tenuta di volo delle impavide pilote: alquanto discutibile quel cappellaccio appuntito circondato da larghe tese e lo strascico della lunga veste che non è proprio il massimo per una conducente di un aeromobile. Eppure la ‘scopa’ contiene i principi attivi dell’aeroplano e per l’estremità del manico a mo’ di cloche e per i timoni di direzione sulla coda sfrangiata dei rami di saggina.

E vola la vecchietta mentre sghignazza beffarda, ironicamente pungente sugli ometti increduli col naso in su.

Con i lievi edonistici riferimenti ai soggetti “Strega” liquer – likör di Benevento e le Variazioni “Le Streghe” op. 8 di Nicolò Paganini (eccezionale l’interpretazione di Salvatore Accardo con C. Dutoit alla testa della London Philharmonic) variazioni, appunto, su un tema di Franz Xaver Sußmayr “Il Noce di Benevento”, riconducibile a questo allievo e amico di famiglia di Wolfgang Amadé Mozart, il nostro compiacimento si presenta affascinante anche per questa circostanza oltre al ventaglio di tutte le sfaccettature che esso presenta.
Un disegno attendibile per quel Benevento (precedentemente Maleventum) cosi galeotto e forse, ma soprassediamo, un tantino forzato per mettere in campo, se pur con indiretta presenza, il genio di Salisburgo. Tant’é. O in un modo o nell’altro Amadé ci intercetta con amabile frequenza. Non incidentalmente va, poi, detto che queste Streghe paganiniane ebbero il loro battesimo a Milano nel 1813 con il diletto Nicolò, aureolato da fama europea per questo sabba consumato sotto un noce da streghe forsennate dal Canone di Paganini, dimostrando come e quanto la Musica unisce e lenisce i cuori e gli animi, anche quelli più provati dalle asperità del vivere quotidiano.
Le tappe individuate per uscire dall’imbarazzo della scelta del soggetto, sorge spontaneo un sorriso al ricordo della strega nel lungometraggio di Walt Disney “Biancaneve e i sette nani”, poi una strega televisiva pubblicitaria di un medicamento antidolorifico che va a sbattere contro l’albero (...il dolore certo passerà…) ed ancora la strega di Pier Paolo Pasolini, e non ultimo, anzi!, il Premio Strega, l’ambito riconoscimento letterario istituito nel 1947 dal Patron Alberti, inventivo ed ispirato che ha rammentato, a distanza di secoli, quanto sia stato importante il Ducato Longobardo di Benevento che comprendeva un terzo della penisola medioevale ancor prima che i Longobardi si attestassero nel sesto secolo dell’era cristiana, nella pianura baciata dai laghi a nord del Po.

Non manca, infine, la civiltà classica, madre di tutte le civiltà, con Medea, che nell’immaginario epico rappresenta il prototipo della figura femminile sempre ben presente in ogni tradizione popolare, come Marina Cavalli ha ben delineato la “Maga” sulla rivista “Amadeus Lirica” del marzo 2003. L’arte romana ci ha tramandato pensose pacate meditazioni pittoriche su Medea in procinto di uccidere i figli ed un rilievo scultoreo ove, nella promessa di matrimonio tra Giasone e Medea, la profondità inquieta negli sguardi rileva la tragedia di tutti i tempi nelle ineffabili contraddizioni insite nelle comunità umane.

Il lussureggiante panorama offerto dalle streghe si perde nella notte dei tempi, costringendo la fantasia a rocambolesche capriole interpretative circa il fascino esercitato da queste donne destinate a sventure dolorose per se stesse come se volessero fatalmente attrarre solo su di loro le orrende pratiche del demoniaco, sollevando e certamente risparmiando la parte maschile, relegando gli uomini al ruolo di stregone o di mago, verosimilmente quasi bonario, pseudo scientifico (Merlino o i guaritori delle tribù selvagge) e spesso rappresentato da caratteristiche circensi: in ultima analisi una puntualizzazione del maschilismo auto assolutorio.

Ma veramente le streghe sono streghe, stando all’immaginario collettivo, ora malevolo ed ora benevolo? C’è chi dice che l’immaginario collettivo, inoltre, é sempre superficiale.
L’interrogativo alla risposta complessa, come del resto per tutti i fenomeni di una certa curiosità, attira il coinvolgimento della speculazione filosofica, quella del Pensiero.
Ma più scorrevolmente questo interrogativo, sbocciato nel giardino di un idealizzato club londinese fine Ottocento, si è snodato tra alcuni soci che si erano chiesti perché le vicende delle streghe fossero ambientate tra le montagne o con uno scenario alpestre e mai sul greto di un fiume, sulla riva di un lago ed ancor meno su di una spiaggia del mare.
Così, dopo aver schioccato pollice e medio al gallonato direttore del circolo l’ulteriore consumazione, si celiò sulla serie televisiva hollywoodiana “Samantha, Vita di strega”. sul vago ricordo del film “Ho sposato una strega” ed infine, dopo aver mimato il “colpo della strega” dal burlone di turno con un “ahi!” decisamente melenso, voilà il vassoio con i bicchierini ricolmi del giallo Liquore di Benevento “Strega”.

Siamo ora presenti testimoni attendibili a:

TRIORA in Valle Argentina Liguria
NOGAREDO Val Lagarina Trentino
SACCO la bella Val Gerola Valtellina

Una terna appena sufficiente per il tema proposto che appare con le coordinate nell’Alta Italia come una punta di una lancia scagliata nel cuore delle Alpi Marittime dalle Alpi Orobie unitamente dalla Val Lagarina, una tra le più belle nell’alveo dell’Adige, ritmo eterno del sommo Poeta nel XII Canto dell’Inferno

Era lo loco ov’a scendere la riva
Venimmo, alpestro e, per quel che ver’anco,
tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.

Qual è quella ruina che nel fianco
Di qua da Trento l’Adice percosse,
O per tremoto o per sostegno manco

Che da cima del monte, onde si mosse,
al piano e si la roccia discoscesa
ch’alcuna via darebbe a chi su’ fosse

Nella ricerca di nuove sensazioni al “bello”, alla “estetica”, alla “valenza culturale e storica” della nostra Penisola, alle citate Triora. Nogaredo e Sacco è d’uopo assegnar loro le cinque stelle della loro estrosità in senso assoluto: un’originale iniziativa potrebbe prevedere un turismo fuori dagli schemi consueti con l’organizzazione della “visita guidata” agli scenari che furono teatro delle vicende ch’ebbero protagoniste le streghe e, guarda caso, tutte più o meno dal milleduecento alla fine del Settecento, allorché l’eresia trovò nell’autorità civile ed ecclesiastica il più solerte bacchettatore.
A parziale correzione dell’assunto che le streghe operassero in luoghi preferibilmente montagnosi (il che permane come concetto base, come vedremo in seguito) a Milano, nella disinvolta eccentricità della pianura padana, si istituì il Tribunale dell’Inquisizione per volere podestarile e vescovile, come riferisce il Giulini, con l’incarico ad una ronda di dodici uomini, con la supervisione di un paio di frati predicatori e due minori, affinché scovassero gli eretici, cattura, consegna alla polizia comunale e infine dal giudice: correva l’anno 1228, giorno dell’Epifania 6 gennaio.
Oldrado da Tresseno fu inflessibile magistrato che mandò al rogo eretici nel 1233.
Il Palazzo della Ragione in Piazza Mercanti, eretto dallo stesso Oldrado, testimonia il potere di vita e di licenziamento finale dall’esistenza dell’autorità. Emblematicamente divisa dall’essere stato edificatore di uno dei luoghi tipici del Comune ambrosiano e di primo “carnefice d’eretici”, la figura del magistrato campeggia sulla facciata marmorea del Palazzo della Ragione. Segno del tempo delle tenebre che avvolsero il Medio Evo. Inoltre, nel Settentrione, le spirali fumogene delle brume medioevali furono, in Lombardia, aggravate dalla dominazione spagnola. Oggi, spiace che le Mura spagnole siano state maltrattate: non positivo per i secoli di una Spagna arrogante, tuttavia la memoria storica reclama un rispetto per le testimonianze del passato cui dovremmo riservare una attenzione più oculata.

Ai secoli della dominazione circostanziata dal nostro Manzoni nel suo capolavoro mondiale dall’Incipit universale “Quel ramo del lago…”, gli Asburgo del Sacro Romano Impero contrapposero un Settecento costruttivo, allineando il XVlll secolo dei Lumi all’Umanesimo ed al Rinascimento di un Italia centro-meridionale, ricchissima di Arti e di Pensiero.
D’altronde luci di umana spiritualità già nella seconda metà del ‘500 illuminarono questa Milano, da sempre punto focale di una Europa raccolta nell’alveo e a raggiera verso nord del Mediterraneo, per la presenza di Carlo Borromeo, grande artefice di una Chiesa-Spirito in concomitanza, non in contrapposizione, di una Chiesa gerarchica.

è pur vero che pubblicazioni quali della Casa Editrice Garzanti “Le streghe nell’Europa Occidentale” della scrittrice egittologa ma successivamente appassionata dalla stregoneria nelle connessioni storiche, morali e sociali, Margaret Murray (mori nel 1963 centenaria) e la notevole antologia di Autori Vari dell’Editrice Meravigli “Processi di streghe in Lombardia” dovrebbero avere una maggior attenzione per avere un quadro documentale a parziale conforto di questo assunto.
Altrettanto dicasi per “Le tre bocche di Cerbero” di Stefano Meriggi in ordine al processo di Triora ed. Tascabili Bompiani; “Diavoli, pitocchi e streghe” di B. Belotti, Bergamo 1986; “Lo sterminio delle streghe nella Valle Poschiavina” di G. Oliati, Poschiavo 1955. di Loredana De Angelis.

In ultima analisi: la credenza nelle streghe fu un sonoro errore passato dall’antichità al Medio Evo. Leggende, misticismo, empietà miscelarono in un torbido mare di orrori non disgiunti da gelidi calcoli di interessi materiali, l’ancor immaturo affrancamento dei ceti subalterni dai detentori dei poteri tali per censo, diritto sacrale e la forza degli armigeri.
Forse, si potrebbe aggiungere, anche per il tambureggiamento mediatico affidato alla diffusione delle figurazioni di gatti neri, di gufi, civette, scimmie e rivoltanti osceni banchetti a base di carni esecrabili e del ripescaggio delle pratiche orgiastiche con rituali neopagani speculari ai riti del cristianesimo, spesso parodiati con oscenità colorate dalla negromanzia.
Certo il risucchio nell’assassinio, nella tortura, nell’annientamento fisico e psicologico del “mio contrario” sporcò in modo innegabilmente orrendo l’umano e non si può nascondere dietro un dito questa parte della storia sofferta, sconfinata successivamente fino ai nostri giorni se pure con metodi diversi e non per questo giustificabili, ideologiche e/o politiche.

A ovest di Genova, direzione Francia, nelle terre dipinte col profumo dei fiori nella fascia meridionale della Occitania verso l’estremo sciabordio delle onde mediterranee, spose della rena accarezzata dall’amore col sole, tra Riva Ligure e Capo Verde si materializza Arma di Taggia, un dì benefico rifugio dei malati di petto, ed oggi stazione di partenza con arrivo a Triora. Il tragitto si snoda morbido sotto un tunnel di verdi muschiati dai licheni barocchi e le foglie sono simbiotiche con l’azzurro, l’aureo, il corniolo, la salsedine, incontro felicemente riuscito per dar visibilità alla meravigliosa Val Argentina, realizzazione di un sogno più che millenario da incorniciare nella Storia della Esperia agognata da genti golose di bellezza.
Tale la visione ad personam di Triora, romantica e poetica: la storica la rimandiamo al titolo emblematico di

TRIORA LA SALEM D’ITALIA
IL PIU’ GRANDE PROCESSO PER
STREGONERIA NEL 1587
di Ippolito Edmondo Ferrario


Se la stazione di partenza verso Triora si trova ad Arma di Taggia, pia e gentile l’ospitalità ai malati di petto, anche Arco di Trento, sul cucuzzolo del lago di Garda, vanta la passionale predisposizione a rimettere in sella gli innocenti malcapitati in questo male, offrendo loro addirittura una comunità abitativa di deliziosa strutturazione: ed è la generosa Arco di Trento, speculare a Rovereto, a dare il benvenuto al viandante in Vallagarina (auto o treno che fa?). Bellissima, questa valle ha goduto anch’essa di una fama non dissimile da quella di Triora. Infatti tutto inizia nei primi giorni del 1646 con il processo alle Streghe di Nogaredo. Chi passa da queste parti e le vede, per recarsi nel candido paradiso terrestre dell’Alto Adige o del Sud Tirolo non può fare a meno di sentirsi un brivido nella schiena: le carceri di Castel Noarna, Castellano, Palazzo Lodron… insomma; torture, processi, esecuzioni capitali. Tant’è! Vigneti, frutta a volontà, concerti, rappresentazioni teatrali, musei d’arte figurativa, festivals internazionali, Oriente ed Occidente, Goethe, Mozart, Rosmini, i cannoni austriaci e italiani e poi testimonianze significative della cultura mitteleuropea: il Calendimaggio delle Strie di Micaela Vettori, vale a dire l’oggi allo specchio di ieri.

Nel Palazzo Lodron Fischer Dieskau ha cantato ‘Lieder’ di Schubert,
nella Cappella di Palazzo Lodron episodi su rame di Carlo Borromeo,
nel Palazzo Lodron Anno Domini 1647, 13 aprile vengono condannate
dopo un anno di giudizio, alla decapitazione e poi rogate queste donne:
Domenica Chemelli Lucia Cavaden Domenica Graziadei
Caterina Fitola Ginevra Chemola Isabetta e Paolina Bentegani

e così, il giorno dopo, il 14 aprile 1647,
il boia Ludovico Oberdofer di Merano
provvede alla bisogna, in località Giare,
obbligando la popolazione a presenziare
al supplizio pena una multa di 25 ducati
per persona in caso fortuito di defezione

E Rovereto? Ha avuto il suo bel da fare col rocambolesco, avventuriero Conte di Cagliostro…

LE STREGHE DI NOGAREDO

La Valtellina, per contro, merita un occhio di riguardo per la dovizia e la disponibilità della sua valle e delle sue genti nei riguardi degli infortunati incorsi nelle difficoltà respiratorie. Prasomaso, l’Abetina, il Villaggio sanatoriale di Sondalo sono tappe del passato nel quale le speranze di rimettersi in forze e rientrare nella vita quotidiana non erano vane chimere. Senza sottovalutare il disagio di ex tbc, la vita prometteva ancora luminescenze di normalità. Oggi, quei luoghi di cura assomigliano a pachidermi sdraiati sul prato dei trascorsi della sopravvivenza mirata e sonnecchiano, nell’attesa, par di vedere, di poter essere ancora considerati utili al buon genere umano, per l’appunto se buono. L’Adda, argentea spina dorsale nel fondo valle, s’è fatta cantore di Bertacchi e cornice dei colori sublimi del Segantini ed accanto alla poesia ed alla pittura, tra l’insaccata Bresaola ed il formaggio Bitto, con boccali dei vini Grumello, Inferno, Sassella per rendere digeribile l’ottima polenta Taragna, le Streghe non potevano mancare.
Dopo Fuentes, il Pian di Spagna gli abitanti alla sinistra della valle, verso Sondrio, sono ‘Cèch’ e a destra ‘Marocch’: a Morbegno, sul corso d’acqua detto Bitto la statua di san Giovanni Nepomuceno campeggia silenziosa sul ponte e subito dopo la ‘scala santa’ la pista che porta ad intersecare la comunale verso Sacco, a 720 metri d’altezza. Ad un certo punto, ecco il Puz di Strii, una roccia grande con la conca che raccoglie l’acqua piovana. Le strii del puz sono di una tenerezza che fa a pugni con un certo sussiego dei montanari della Val Gerola. La Val Gerola punteggiata da Rasura, Pedesina, Gerola Alta vola per il Pizzo dei Tre Signori. Purtroppo viene dimenticato Mellarolo, agglomerato di case tra Sacco e Rasura: il nome viene da Miele, il dono delle amate api intensamente operose nella zona. Sono appunto dolci le “strii” perché appaiono dopo l’Ave Maria e, a parte qualche paura palesata dai frati domenicani di Morbegno (Quattrocento – Seicento), proprio nulla di fantasmagorico da giustificare la “caccia alle streghe”.

Una chiosa su San Giovanni Nepomuceno: questo santo boemo del Trecento era stato adottato nell’Österreich quale protettore dalle male lingue di Corte. Pare che a Morbegno avesse il compito di proteggere dalle alluvioni e ad onor del vero, sembra un declassamento non meritato del caro Nepomuk, se a distanza di un paio di secoli, la povera Valtellina non si è salvata gran che dalla furia delle acque della Fluss Adda di alcuni anni or sono vicini a noi.
Inoltre la Chiesa principale di Morbegno è dedicata a lui: Nepomuceno. E pensare che non riusciamo a trovare nessun personaggio dall’Ottocento in qua con questo nome e solo un risibile gioco di parole, a Milano, lo sorvola con un “ne pu ne men” (né di più né di meno) che non fa neppure abbozzare un sorriso. In compenso nel cortile del Castello Sforzesco di Milano una bellissima statua, ora irriconoscibile, lo ricorda meritoriamente dal tempo in cui il Conte Karl Josef Firmian governava Mayland, per tacere di quella, altrettanto erosa dalle intemperie, della piazza sforzesca di Vigevano.

IL PUZ DI STRII
IL LUOGO DELLE PAURE NELLE SELVE PRESSO SACCO

Il fluire delle immagini fissate con tonalità da tenebre oscurantistiche sull’esistenza di tante donne del passato, si stempera in una conversazione tra quattro gentili signore, colta al volo in un albergo di Abano Terme, fine Primavera del Terzo Millennio: una cardiologa, una imprenditrice, una fiscalista, una docente montessoriana. Disquisivano, le avvenenti ospiti. sul Bene e sul Male, sullo Spirito e la Materia, sul rapporto tra Pianeta e Galassia.

Amabilissimo conversare con un altro coinvolgimento, infine, ma questa volta passionale proprio dell’animo femminile o più verosimilmente materno, dell’interrogativo sulla mattanza, scopo nutrizionale, del ‘Bestiame’: a questo punto l’aria impregnata dagli invisibili effluvi dell’atmosfera termale interviene discreta e silente a rendere soporifero, sempre più a mezza voce, lo scambio di opinioni delle signore, immerse poco per volta nel vago sognare del sublime eterno femminino


Tale contesto non prevede che il Bene, l’unica benedizione dell’Altissimo, presente sempre ed ovunque.

Tale contesto nega il Male, sorprendente invenzione infusa nell’incapacità d’intendere il dono del Bene.

Tale contesto premia l’invisibile cascata delle particelle rotori nello spazio e concilia la vita e la sua fine.

Le streghe erano povere donne vittime del sopruso, dell’invidia, del fatto che aveva un qualche cosa da strapparle e soprattutto perché erano l’anello debole della communio: una cecità del ‘non sapere’ poteva ed ancor oggi, nonostante tutto qua e là, può indurre a non capire come solo sulla donna l’essere madre, sposa, compagna, sorella, maddalena, forte e paziente, l’ago della bilancia pende a favor suo: l’Armonia l’è propria, la Melodia è il canto, il Ritmo la plasma, l’Arcobaleno l’illumina, la Flora è sua Cosa, la Galassia, la Terra, la Luna sono muliebri. Solo il Sole le osserva, Tuba mirum. L’Acqua, elemento della vita, è il suo elemento, culla, protezione, nutrimento della progenie, atto creativo, giorno dopo giorno, sofferto e gioioso. Non c’è Male che possa scalfire il cuore, la mente, lo spirito della Creatrice idealizzata al Bene, non solo, ma finalizzata a realizzare ciò che l’Altissimo ha predisposto nelle alte sfere del Cielo.

Dal maleficio infernale, attraverso la purificazione del Purgatorio, l’uomo entra nella luce della Donna (Dante Alighieri).