Anno 5 - N. 13/ 2006


Oggi come Ieri

I “cibi da strada” tra mestieri e tradizione

Ciò che a Milano non cé più

di Ambra Morelli



"Rane rane ciappa in di foss"


“Food street”, cibo venduto per strada, ma anche cibo cucinato direttamente in strada, che generalmente è anche il cibo più tradizionale della comunità cui si appartiene. È per questo anche molto popolare, molto gradito, molto cercato. Uno spuntino veloce, che non richiede la tavola, è quello che si può consumare in strada.
Questo modo di pensare appartiene più alle nostre abitudini, dove i pasti delle giornata sono ancora oggi strutturati come momenti vissuti in famiglia o comunque al chiuso di un ristorante.
In diverse parti del mondo mangiare per strada è una pratica quotidiana, così succede per molte persone in Africa, America Latina, Asia. Nella vasta Cina per esempio, ma in generale nei paesi orientali, si consumano prevalentemente cibi di strada, cucinati direttamente in strada da venditori ambulanti, oppure preparati in piccoli locali che si aprono sulla strada. In ogni parte del mondo si può trovare una varietà di cibi di strada, facili da reperire, dagli hot-dogs di New York (panino con salsiccia e senape) al falafel egiziano (sorta di polpette), dallo yakitory giapponese (pollo fritto), ai souvlaky greci (carne a cubetti), fino alle chapulines messicane (…oh, mamma mia! Ma si tratta di cavallette tostate!), ed ancora altri esempi numerosi.
Principale caratteristica comune: non avere orari di consumo! La stessa idea di facile e veloce consumo la segue il “fast food” ma la tradizione, fortunatamente, gli resiste anche se fortemente minacciata dalla modernizzazione che cerca di soppiantare tutto, omologando odori, aromi, ricordi.
Più vicini ai nostri gusti la classica pizza, girando per le strade di Firenze è tipico il panino con il lampredotto (trippa), a Palermo il pane ca meusa (panino con la milza), la Liguria preferisce la farinata e in Romagna la piadina, che insieme alla pizza, ha ormai travalicato i confini regionali per essere diventata di uso comune su tutto il territorio nazionale.
Milano tradisce il suo carattere cosmopolita, le tradizioni si ricordano ma non sono più in uso e anche il cibo di strada è una curiosità storica. Girando per le strade della città oggi si può incappare solamente, e solo in pochi punti, nel venditore di caldarroste, unico superstite di un’ampia varietà di venditori ambulanti di cibi pronti e di una fantasiosa elencazione di antichi mestieri.
Tutto sparito, soppiantato da nuove proposte che possono soddisfare esigenze diverse, gusti cambiati, economia differente.
Se è raro oggi trovare “el castagnatt” (venditore di castagne), ancor più difficile trovare “el firunatt” che girava portando a cavallo delle spalle il “firun”(castagne cotte al forno, spruzzate di vino bianco e infilate nello spago) oppure “quell dej nos” (venditore di noci) la cui tecnica di vendita consisteva nel muoversi in coppia a proporre l’acquisto delle noci, uno richiamava con gridi l’attenzione delle persone sulla qualità delle noci, l’altro con un sasso ne rompeva qualcuna e invitava i passanti all’assaggio.
Possibile invece vedere “l’ancioatt” (l’acciugaio) perché oggi, contrariamente a un tempo quando si spostava da un punto all’altro col suo carrettino, è “stanziale” nei mercati ambulanti. Nei tempi passati girava col carretto con appoggiati i barili di acciughe: “…quell di inciod e di saracch. Ancideee! Ancideee! Belle inciode!…” era il grido al suo passaggio nei cortili e nelle strade.
Inimmaginabile oggi trovare “el caramelat” (venditore di frutti caramellati) o gli “scotti caldi” (venditore di castagne lessate) al grido di “…peladèi! Ohi peladèi! Cotti col san e l’erba bonna…” Impossibile sentire la varietà di gridi tipicamente milanesi, proposti per esempio da “el ranee” (venditore di rane): “…rane rane ciappaa in di foss. Vott etti a tucc, noeuv etti a on quajvun, on chilo a nessun!…”.
Si trattava di un lavoro stagionale e per questo spesso vendevano rospi smerciandoli per rane. Oppure quello del venditore di gamberi: “…l’è quel di gamber pesca in del Lamber!…”. Che dire di cibi venduti per strada nel secolo scorso e che oggi nessuno si sognerebbe più non solo di comprare ma neanche proporre alla vendita: il venditore di “peri cotti” che girava con la caldaia ramata appesa al collo, il venditore di “straccadent e acqua e limun” sostanzialmente un venditore di dolciumi che si metteva nei pressi delle scuole e proponeva le “caramelle per studenti” cioè castagne peste, lessate con sale e semi di finocchio.
Ancora oggi si trova il venditore di anguria nei chioschi posti lungo strada, nel periodo estivo, ove è più facile ormai sentire un accento nordafricano a proporre l’anguria fresca piuttosto che “l’inguriatt” chiamare l’anguria “sfrega muson”, così nominata perché si mangia, si beve e ci si lava la faccia.

Acciuge in barile.
Venditore di castegne lessate.
L’”inguriatt”.
Venditore di caldarroste
“Rane rane ciappa in di foss”.
“El caramelatt”.